La vulnerabilità sociale è una nuova epidemia. Intervista a Margherita Miotto

Di Dino Bertocco

…E le risorse pubbliche (conoscenza e finanziamenti) per affrontarla sono insufficienti

Avevo insistito con Margherita affinchè portasse il suo prezioso, sapienziale contributo al dibattito su ‘Meriti e Bisogni’ nell’ambito della presentazione del libro di Claudio Martelli, con la presenza dell’autore, prevista per il prossimo 8 aprile a Montegrotto Terme.

Ritenevo e ritengo che  la sua competenza ed il cursus Honorum della sua esperienza al servizio totale e permanente delle Istituzioni per una vita intera, prioritariamente dedicata alle Politiche sociali,  avrebbero illuminato l’incontro con i dati e la testimonianza di quanto nel  nostro Paese sia cresciuta la febbre dei bisogni sociali e quanto i meriti siano avvolti da una nebulosa  di incertezza  sul loro grado di reale considerazione e soddisfacimento.

Non potrà partecipare all’evento ma ho voluto incontrarla per poterne trarre giovamento in termini di documentazione e visione strategica relativamente sia ai temi in discussione con Claudio Martelli che sul post-evento di Montegrotto che ci vedrà – come Giornale del Veneto – promotori di iniziative sulle questioni del welfare, locale e nazionale.


Dino Bertocco: La prima domanda che  le rivolgo, riguarda lo scenario della trasformazione della struttura delle funzioni amministrative e della gestione organizzativa dell’Assistenza sociale  nel contesto regionale a seguito della istituzione dei nuovi Ambiti Territoriali Sociali, che sta determinando un fermento di preoccupazioni, interrogativi e dibattiti accesi in tutti i territori, per le attese e l’impatto che essa ha non solo sugli assetti tradizionali, ma soprattutto sui Bilanci dei Comuni, già stressati dalla riduzione dei trasferimenti. Io stesso, nell’ultimo anno, mi sono interrogato sul fatto che le difficoltà incontrate e denunciate da molti Sindaci siano collegate ad una sovrapposizione di ruoli tra i Distretti ed nuovi poteri attribuiti agli ATS.

Margherita Miotto: “In realtà gli ATS vengono costituiti  con un ritardo di 20 anni! Il tradizionale modello veneto ha  dovuto fare i conti con le grandi innovazioni legislative introdotte dalla Riforma ter( Bindi)-(DL n.229/1999 e dalla Riforma Turco dell’Assistenza (n. 328/2000)  che hanno da un lato consolidato il processo di aziendalizzazione della Sanità e dall’altro modificato il quadro normativo delle responsabilità in capo ai Comuni, determinando un’asimmetria gestionale che si è protratta per tutti gli anni successivi, in particolare con i Sindaci ai quali era riconosciuto un ruolo nella programmazione, ma non nella gestione, cosicchè da un lato si sono venute formando le ‘potenti’ Aziende Ulss (da 30 a 22 ed ora 9) e dall’altra sono rimasti i 560 Comuni, organismi limitati nelle risorse e nella capacità di intervento. E tale disordine organizzativo-gestionale  avrebbe dovuto essere ‘sanato’ dall’istituzione degli ATS che avrebbero dovuto sorgere in corrispondenza dei Distretti. Ma su tutta questa complessa problematica ti rinvio al testo che ho scritto ed è pubblicato NEL Documento del Gruppo PD Veneto: VICINO – I nuovi Ambiti Territoriali Sociali in Veneto (vedi in Appendice)”.

Dino Bertocco: Hai citato due leggi che ho ben presente perché ne ho seguito da vicino la gestazione e ricordo anche l’intenso lavorio in Regione per tradurle ed immetterne il portato di cambiamento nella governance regionale. E mi viene da osservare che per quanto riguarda il settore sanitario, soprattutto con la gestione affidata all’ex Segretario Generale Domencio Mantoan il processo di aziendalizzazione è stato attuato con l’esasperazione delle pratiche di razionalizzazione che hanno portato al depauperamento delle risorse destinate ai Servizi territoriali ed alle politiche sociali, contemporaneamente alla moltiplicazione e diversificazione delle domande di assistenza che si accumulavano sui tavoli dei Sindaci e degli Assessori ai Servizi sociali. E su questo invio anch’io agli articoli ed alle interviste che abbiamo ospitato nel nostro Giornale.  Ma allora ti chiedo: dentro  tale mutamento del quadro normativo come si è evoluta la situazione dei diritti sociali?

Margherita Miotto: “Sotto questo profilo ci troviamo di fronte ad un  quadro chiaro ma decisamente sconfortante: se sul versante sanitario i diritti dei cittadini sono stati definiti dai LEA, per quanto attiene i LEP, che dovrebbero essere chiamati LEPs, non sono mai stati fissati; nel 2021 ne sono stati approvati cinque, ma bisogna tenere presente che il Nomenclatore dei servizi  sociali ne prevede 6.000! D’accordo che non tutti possano essere riconosciuti come universali, ma non si può certo restare nell’attuale deserto e lasciarli alla discrezionalità dei Comuni che, ovviamente si trovano nel panico dell’incertezza e dell’impotenza.

Oltretutto oggi sono ritornati sotto i vincoli del Patto di stabilità e la stessa ultima Legge di Bilancio ha operato dei tagli ai trasferimenti che prospettano una situazione allarmante che si ripercuoterà inevitabilmente sulla dotazione finanziaria e capacità funzionale degli ATS in gestazione i quali non saranno in grado di affrontare con gli organici e, soprattutto le competenze professionali adeguate una domanda assistenziale non solo in vertiginoso aumento (due quinti della popolazione sperimentano una condizione di cronicità) ma anche contraddistinta da una crescente complessità in cui varie forme di disagio non sono riconducibili ad un limitato profilo individuale bensì ad una dimensione sociale (familiare, economica, sociale…) che richiederanno sempre più nuove specializzazioni ed approcci multidisciplinari, inedite competenze per studiare e comprendere le fenomenologie emergenti.

Dino Bertocco: Da quanto mi stai illustrando deduco che ci troviamo di fronte a problematiche estese di sofferenza e di difficoltà da parte di cittadini e famiglie a ricevere risposte concrete, a trovare tutele efficaci da parte delle strutture pubbliche operanti sul territorio; ed allora ti chiedo perché talo stato di cose con provoca una mobilitazione sociale e politica polarizzante finalizzata a far acquistare centralità nell’agenda ed una polarizzazione, così come assistiamo per la questione di diritti civili, che coinvolgono minoranze attive?

Margherita Miotto: “Bisogna prendere atto che la situazione è profondamente cambiata: ogni famiglia vive il disagio sociale singolarmente e cerca le soluzioni in solitudine, cosicché   non assistiamo alla connessione delle emozioni ed al gonfiarsi della protesta collettiva all’interno di comunità che sono mutate, innanzitutto sul piano della struttura sociale e conseguentemente dell’aggregazione.

Pensa solo al fatto in sé clamoroso, ma silenzioso, che le comunità – fondate sulle famiglie – sono oggi formate dal 30 % di.famiglie unipersonali. L’assottigliamento della dimensione famigliare provoca conseguenze inesplorate e poco conosciute: nel passato i servizi sociali dei Comuni raccoglievano la preoccupazione per la povertà economica, materiale. Ora è subentrata, accanto ad essa, la fenomenologia della multidimensionalità con cui si manifesta, da quella educativa a quella abitativa, a quella  psicologica e relazionale, ovvero una situazione complessa  la cui rimozione non può essere affidata semplicisticamente ai bonus.

Ti porto l’esperienza dell’Irpea in cui ci troviamo: qui si è sviluppata  una lunga storia con il Camerini Rossi, che ha rappresentato una fucina di professionalizzazione per masse di giovani che or non ci sono più e questo ci ha indotto a riconvertire l’attività formativa orientandola sui  progetti individuali attraverso cui riusciamo a fronteggiare le condizioni della marginalità con il recupero al lavoro che rappresenta metà strada già percorsa del cammino sulla strada dell’inclusione sociale”

Dino Bertocco: Insomma mi stai dicendo che dobbiamo fare i conti con un mutamento le cui caratteristiche non ci appaiono ancora ben delineate e che ci richiedono non solo un approccio interpretativo inedito, ma anche un bagaglio di policies e programmi concreti focalizzati su una realtà tutta da ri-conoscere?

Margherita Miotto: “Esattamente! La situazione della povertà che abbiamo conosciuta è cambiata e la nuova fenomenologia  sociale che ci interpella  è la vulnerabilità. Ti ricordi che negli anni ’90 parlavamo di società dei  due terzi ed un terzo, discorso introdotto dal socialdemocratico tedesco Peter Glotz che ci sollecitava a farci carico della minoranza della società tagliata fuori dallo sviluppo e dal benessere.
Ebbene oggi siamo di fronte al paradosso che i due terzi sono diventati  vulnerabili e gli esempi che a tal proposito si possono fare stanno diventando una serie infinita: dalla coppia benestante di successo che si trova ad affrontare la mobilità forzata di uno dei coniugi ai casi di eventi traumatici che colpiscono famiglie che non possono più contare sulle reti di solidarietà che si sono rarefatte, ma anche di famiglie normali che debbono sopportare il peso di carichi assistenziali (appesantiti strutturalmente dall’invecchiamento della popolazione) che i tradizionali Servizi pubblici o non garantiscono più o, peggio, non rientrano nella ‘cassetta degli attrezzi’ dei Professionisti ed Operatori delle strutture sociosanitarie, dai Distretti ai Poliambulatori fino alle nascenti Case  della Comunità”.

Dino Bertocco: Dentro questa trasformazione, che con il Giornale del Veneto stiamo monitorando puoi indicare dei modelli affermati od in via di sperimentazione a cui possiamo far riferimento per una progettazione e mobilitazione cognitiva da praticare a livello regionale e territoriale?

Margherita Miotto: “Posso dirti che nella nostra Regione, anche a partire dalle gloriose Istituzioni del Terzo settori di cui l’Irpea  è un esempio prestigioso, proseguendo per il patrimonio storico della cultura dell’integrazione sociosanitarie e delle numerose innovazioni introdotte nella legislazione regionale, messe a terra da una vasta platea di Professionisti preparati ed appassionati, possiamo contare su un background ricco, prezioso. Ma è e si dimostrerà del tutto insufficiente se permane ed addirittura peggiora la Politica nazionale della riduzione della spesa sociosanitaria: noi siamo quelli che spendono meno tra tutti i Paesi dell’OCSE! Non possiamo scendere sotto la soglia del 30 % del PIL destinato a finanziare il welfare e restare al livello del 6 % per la Sanità. Naturalmente nel calderone della spesa assistenziale bisogna operare una selezione delle priorità di intervento, finalizzare meglio l’uso delle risorse, realizzare una riconversione organizzativo-gestionale ed una riqualificazione globale delle risorse professionali in campo. Ma tutto ciò a partire dalla consapevolezza che la vulnerabilità delle nostre società  è diventata un virus epidemico insidioso che può intaccare non solo l’equilibrio psicosociale di cittadini e famiglie, ma anche intaccare alla base l’assetto e gli equilibri delle nostre società di un benessere che per una infinita varietà di ragioni si può rivelare effimero e passeggero”


Quest’ultimo monito di Margherita mi provoca un sussulto e glielo riferisco: gli cito il sociologo Pier Paolo Donati che nel suo ultimo libro indica nel capitale relazionale la risorsa decisiva  su cui puntare per fronteggiare il cataclisma sociale nella quale stiamo nuotando cercando una riva sicura, lei replica citandomi Morin ed Harari. Entrambi capiamo che abbiamo bisogno di un  nuovo incontro per approfondire i temi ed i dilemmi lasciati in sospeso.

Usciamo dagli Uffici della Presidenza, scendiamo in cortile e mi indica gli edifici e le infrastrutture di una Fondazione gloriosa sorta per la lungimiranza, la generosità e l’ingegno sociale espressi da una cultura cattolica che nel Veneto ha saputo indicare e sperimentare soluzioni innovative per affrontare i disagi e le contraddizioni laceranti della modernità industriale incipiente, e mi viene da pensare che anche per le sfide del tempo presente attraversato dall’innovazione tecnologica ed accelerato dall’Intelligenza Artificiale, è in questi luoghi che si stanno generando attività e sperimentazioni che ci suggeriscono i contenuti di una nuova programmazione che deve trovare interpreti, sostenitori e leader che la mettano al centro della competizione delle prossime elezioni regionali.

Una idea in più è un esercizio di libertà.