Uno straordinario reportage di Fabrizio Cicchitto sulla contemporaneità, senza ritrosie, bugie, ipocrisie
Di Dino Bertocco

Idee, valori, fatti e protagonisti di un’attualità tumultuosa, espressione – però – di culture ed eventi radicati nella Storia dell’ultimo secolo.
Un’osservazione lucida, senza pregiudizi e senza sconti in un libro che sconcerta ed interroga perché ci mette di fronte all’ineludibile responsabilità di affrontare le drammatiche conseguenze della dissolvenza delle culture politiche.
Non avrei dovuto scrivere del libro di Fabrizio Cicchitto, Controcorrente. Una storia liberalsocialista: mi fa velo infatti l’esagerata coincidenza di valutazioni che ho riscontrato nell’avida lettura della sua ultima fatica letteraria: sia sul piano della ricostruzione storiografica che nei giudizi sulla galleria della moltitudine di personaggi che egli mette nel mirino di osservazioni critiche circostanziate, mi sono ritrovato a condividerne l’approccio interpretativo ed anche l’amarezza ed il tono sconsolato di chi, amando il proprio Paese ed avendogli dedicato la vita attraverso il ‘servizio’ del lavoro culturale prima che politico, deve constatare che le straordinarie virtù delle sue donne e dei suoi uomini migliori, promotori della cultura e di progetti di innovazione riformatrice del Paese, hanno dovuto subire lo sfregio ed il boicottaggio da parte di avversari e di poteri impegnati a contrastare i valori e le pratiche con il ricorso ad azioni di contrasto basate sulla menzogna e sulla violenza.
I sentimenti però non hanno impedito all’autore di dedicare la sua straordinaria ‘memoria stenografica’ alla rendicontazione rigorosa (definire obiettiva non avrebbe senso) di un secolo, vissuto per una buona parte da osservatore partecipante, anche con ruoli di protagonista diretto delle vicende narrate, nella quale la preoccupazione costante è stata quella di indagare ed illustrare i protagonisti – osservati con occhio ‘plutarchesco’ – della vita politica immersi nei contesti ambientali, socioculturali e storici che li hanno generati, talvolta coccolati ed osannati, in molti altri casi ripudiati e/o abbandonati ad un destino triste ed in molti casi drammatico (‘cinico e baro’ solo per il buon Giuseppe Saragat che seppe comunque ricavarsi un posto di rilievo sia nella dolorosa diaspora socialista che con l’elezione alla Presidenza della Repubblica negli anni ’60).
Perché reportage
Definisco a ragione reportage la pubblicazione perché i 43 capitoli si dipanano in 500 pagine con la sequenza e la scrittura rapida dell’abile cronista, integrata ed arricchita con zoommate su episodi e tornanti storici che emergono con tutta la loro vividezza e che scandagliano in profondità le scaturigini, lo svolgimento, le conseguenze.
Aggiungo poi che la materia trattata nel libro è tutta ‘incandescente’: l’incipit è collocato nel ’21, quando la storia del Paese entra nel tunnel spaventoso sospintavi dalla convergenza della sconsiderata follia dei socialisti massimalisti e dei comunisti (che fratturano ed inficiano la capacità di autodifesa del movimento operaio e riformista nel momento più grave dell’aggressione alle sue strutture organizzative ed ai suoi rappresentanti) con la lucida ferocia dei fascisti guidati dal ‘leader rivoluzionario più capace’ (secondo il giudizio ammirato di un Lenin sprezzante della scarsa determinazione sovversiva della Sinistra italiana).
Ma in tutto il suo dipanarsi, si possono focalizzare cinque categorializzazioni delle vicende politiche nazionali, caratterizzate costantemente da un tasso di litigiosità e conflittualità elevato, dal ventennio criminogeno mussoliniano, ai sussulti dei paventati ‘colpi di stato’ negli anni ’60, all’esplosione terroristica nera-rossa degli anni ’70 per poi ‘arenarsi’ nella patologica faziosità dell’ultimo trentennio connotato da un bipolarismo, ‘imperfetto’ (nel linguaggio politologico di Giorgio Galli), più propriamente fasullo per chi lo analizza freddamente sotto il profilo dell’inefficace e per molti versi dannosa governance che ha prodotto per il Paese.
Esaminiamole rapidamente:
- Le annotazioni prevalenti descrivono le torsioni granguignolesche di un’Italia che, fatto salvo il periodo ‘miracoloso’ non solo per gli indici del PIL bensì per l’affermarsi di una classe dirigente della ricostruzione post-bellica e della conciliazione nel primo Centrosinistra finalizzata ad una stagione a ben vedere (rispetto a ciò che è seguito) prodigiosa di riforme, ha visto l’emergere di ogni tipo di bellicosità, ideologismi, scontri e rese dei conti sia all’interno del sistema istituzionale (con l’irruzione dell’unilateralismo del potere inquisitorio di tipo sudamericano della Magistratura, completamente digiuna della cultura della terzietà e del rispetto della ‘tripartizione’) che tra le articolazioni dei poteri economico-finanziari che Cicchitto si sofferma a più riprese nel definire forti, quando in realtà essi si sono tradizionalmente ‘addestrati’ ad approfittare delle debolezze strutturali delle leadership politico-partitiche ‘rimaste in scena’ dopo la grande purga realizzata dal tribunale dei Giudici di Mani pulite.
- C’è poi il soffermarsi tra l’ironico ed il disgustato sugli episodi che acquistano il sapore ed i toni della commedia all’italiana: ne segnalo solo uno che invero ne racchiude due, nei quali sono primattori Achille Occhetto e Antonio Gava, il primo deciso ad utilizzare per la salvaguardia della propria parte politica l’attività del Pool di Milano finalizzata a distruggere i Partiti del Centrosinistra, il secondo a schivare gli strali dell’inchiesta orientandoli a colpire ‘solo’ i competitor socialisti e soprattutto il loro leader considerato la vittima sacrificale. Di entrambi emerge il patetico ricorso alla classica astuzia italica per fottere gli avversari.
- Una parte significativa del libro è inoltre dedicata ad esaminare, rielaborare criticamente ed evidenziare le manifestazioni di ‘narcisismo suicida’ in cui la prima fila dei protagonisti è naturalmente occupata da Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, non trascurando però di associare indirettamente e criticamente anche il carattere peculiare di un Bettino Craxi del quale vengono – con una sofferta e sincera obiettività – vengono segnalati tre errori fatali nel non comprendere che la forte personalizzazione della sua iniziativa congiunta all’estrema debolezza della Comunità politica (il PSI) che lo avrebbe dovuto sostenere e tutelare, lo avrebbe portato in un cul de sac di solitudine ed esposizione all’attacco concentrico di magistratura ed avversari politici. Bisogna anche aggiungere ad onor del vero che i tre leader citati sono stati in grado di sopravvivere (il terzo purtroppo per lui in un doloroso e mortifero esilio) alle pervicaci e criminogene aggressioni il-legali che hanno subito, proprio grazie alla straordinaria energia e vitalità di personalità mai dome (nel caso di Renzi la conferma viene dall’evidenza della sua persistente e tenace presenza pubblica attiva, anzi itala Viva!
- Nella rassegna, desunta dalla mia lettura personale, non può mancare un riferimento a quelle che mi permetto di definire scene da film horror che la storia recente non ha mancato di riservarci: pensate per un attimo al Salvini desnudo del Papeete ed al suo pronunciamento con la richiesta dei ‘pieni poteri’; per quanto riguarda poi l’epopea grillina non avete che l’imbarazzo della scelta degli episodi in cui il comico fondatore ed suoi disgraziati ‘fedeli’ diventati potenti gestori di cariche governative ed istituzionali ci hanno deliziato e/o nauseato con le loro dichiarazioni ed iniziative roboanti e distruttive.
- Infine, last but not least, in alcuni capitoli dedicati all’intricata ed eclettica vicenda del Partito Democratico e dei suoi numerosi Segretari emerge uno dei fattori determinanti nel renderne vacua e sicuramente non incisiva l’iniziativa politica nell’ambito di uno scenario e di una temperie che avrebbero richiesto ed ancor più richiedono oggi una fermezza e chiarezza di valori ed intendimenti programmatici: ci riferiamo al ‘sincretismo veltroniano’ non riassumibile nel più volte sbeffeggiato ‘ma anche’, quanto piuttosto nell’analisi puntigliosa che ne ha fatto Michele Salvati, citato esaurientemente, e nelle appuntite considerazioni formulate dallo stesso Cicchitto, particolarmente in un capitolo dedicato che non casualmente è titolato ‘Il PD: un partito fragile, introverso, nevrotico e schizofrenico’ a cui naturalmente rinviamo.

I ragazzi di Berlinguer
Il richiamo a Valter Veltroni apre un discorso tutto a parte sul trio dei ‘ragazzi di Berlinguer” (composto appunto dal primo Segretario del PD oltre che importante Sindaco di Roma, unitamente ai due ex comunisti – Veltroni ha sempre ‘ripudiato’ tale etichetta – che hanno ereditato-guidato il PCI – PDS – DS) che con la loro capacità di dissimulazione ed abilità tattica sono riusciti ad ereditare e salvaguardare, almeno nel nocciolo sostanziale il patrimonio ideologico, politico-culturale ed organizzativo di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer.
Non è una considerazione marginale perché sta a significare una pesante e per molti versi urticante presenza in un quadro politico che nel corso storico della Sinistra italiana ha visto dapprima la emarginazione fisica ed organizzativa della componente socialista e, nel lungo dopoguerra una coopetizione diventata scontro fratricida nella stagione in cui, per prevalere anzi per prevaricare, i ragazzi di Berlinguer hanno puntato tutte le loro carte giocandole sull’azione demolitoria della Magistratura contro i loro competitor riformisti: basti citare il subdolo stratagemma ideato da D’Alema con la candidatura del mattatore di Mani pulite, ossia Tonino Di Pietro.
Nel libro tale querelle è affrontata mettendo in luce l’impasto di drammaticità e torpitudini che l’hanno caratterizzata, anche e soprattutto laddove vi sono stati coinvolti i leader stritolati negli scontri da guerra civile succedutisi fino agli anni ’90, partendo dal martirio di Giacomo Matteotti proseguendo per la soppressione fisica e morale di Aldo Moro (vedi l’abominevole disconoscimento dell’autenticità della sue lettere dalla prigionia da parte di suoi 50 amici e colleghi democristiani) e finendo con l’esilio forzato di Bettino Craxi, un leader colpevole di difendere – con una postura ed un senso dell’onore ottocenteschi – il buon diritto a salvaguardare la funzione delle istituzioni democratiche (vedi in particolare la sincerità e l’autenticità del suo appello a tutte le forze politiche nel famoso discorso in Parlamento).
Intreccio tra vicende nazionale e geopolitica
Su tutto ciò e molto altro la lettura del libro risulterà particolarmente proficua perché il testo presenta una vivacità e presa diretta della realtà che esplicita e sottolinea i profondi legami tra le vicende nazionali e quelle geopolitiche che, per una preoccupante evoluzione, anzi involuzione della storia, connettono l’impatto della rivoluzione russa del 1917 con l’influenza odierna del regime di Putin su strati non indifferenti della nomenclatura ex(?) comunista e di quelle componenti dell’opinione pubblica che da essa sono state influenzate ed orientate con particolare intensità dal ’45 a tutti gli anni’70.
Allo sguardo dell’autore, lo sottolineo nuovamente, non è sfuggito proprio niente della tormentata vita repubblicana, non soltanto con l’osservazione e documentazione sull’intera classe dirigente partitica, ma anche scavando e scovando il ruolo, l’intromissione e l’incidenza, in molti casi nefasta degli esponenti dei cosiddetti già citati ‘poteri forti’.
Il libro si occupa dei fatti e dei personaggi che influenzano tuttora la realtà politica italiana, in stretta correlazione con l’evoluzione dello scenario internazionale, soffermandosi su e documentando puntualmente la recente performance di Giorgia Meloni, con la sua emersione vittoriosa nell’ambito del Centrodestra favorita da un’indubbia abilità tattica a districarsi sia a livello nazionale che internazionale nelle alleanze partitiche e nella caratterizzazione ideologica sintonizzata con un conservatorismo orientato a separarsi e differenziarsi dalle Destre estreme che pullulano in tutta Europa e negli Usa (e che costituiscono le partnership preferite dal suo alleato in Italia, ovvero Salvini).
Insomma si tratta di un documento unico nel suo genere, per una molteplicità di ragioni che esamino in un testo più esteso e sistematico di questo articolo, con cui mi propongo di approfondire le questioni cruciali esplicitate nel libro senza però trovano una risposta soddisfacente.
D’altronde bisogna rimarcare che Fabrizio Cicchitto si è sobbarcato la pesante responsabilità di sottoporci un enorme quantità di materiali ed argomenti, senza la presunzione di presentarci un’unilaterale verità interpretativa della storia complessa e per molti versi drammatica, quando non truculenta, illustrata.
Ci sono passaggi della sua analisi che non mi hanno convinto, per esempio sulla sottovalutazione della necessaria responsabilità italiana nella co-determinazione dei vincoli della strategia di integrazione europea (leggi la negoziazione robusta e consapevole da Parte dei Ministri Gianni De Michelis e Guido Carli del Trattato di Maastricht), oppure la lunga citazione delle valutazioni dei Antonio Floridia relativamente al modello di Partito che traspirano una logora ed inservibile concezione novecentesca, ancora la lettura della funzione di Draghi in alcuni frangenti cruciali che sottovaluta il carattere strutturale ed irrimediabile della crisi italiana…
Ma ciò che soprattutto mi interessa focalizzare della splendida e convincente provocazione intellettuale dell’autore, è l’interrogativo sulle cause profonde, sul piano sociale, storico ed antropologico-culturale, del collasso di un’intera classe dirigente a cui abbiamo giocoforza assistito, in particolare nell’ultimo trentennio, e soprattutto il fatto che con esso sono anche a venuti a mancare i fondamenti valoriali e le coordinate programmatico-strategico per dare al Paese una governabilità all’altezza delle sfide che l’accelerazione del processo di europeizzazione e della globalizzazione gli hanno messo di fronte, senza via di scampo, del tutto spiazzanti per il personale politico e per gli schieramenti succedutisi in modo sussultorio nei decenni recente con un tasso di aleatorietà dei programmi e di bipopulismo nei linguaggi che risulta inaccettabile per il futuro del paese.
Ecco perché ci proponiamo, a partire da queste schematiche annotazioni, procedere alla divulgazione, implementazione e discussione dei contenuti di Controcorrente.

referenze
Radio Radicale: Presentazione del libro e Intervista a Fabrizio Cicchitto sul suo librio “Controcorrente. Una storia liberalsocialista” (Baldini+Castoldi)
Il testo di questo articolo è la sintesi di un commento più esteso che costituirà il documento-base per il dibattito & confronto con l’autore nell’ambito di un Forum, in autunni, nella quale sarà affrontato il tema della dissolvenza della cultura politica e della crisi della rappresentanza
