Zaia è più fico dei Maneskin

I Maneskin

Al presidentissimo non va fatto mancare nulla, comprese intere pagine in onore dello “zaiese”. I vincitori di Sanremo, invece, devono vedersela coi sacerdoti veneti fieramente anti-mondani


L’Onnipresente, al secolo Luca Zaia governator di tutte le Venezie, sui media locali è presenza fissa, costante, quotidiana. Fra un po’ ce lo ritroveremo pure spuntare dal frigo, accanto al prezzemolo. Grazie alla conferenza stampa giornaliera arriva, lo sappiamo, direttamente al cliente, pardon, al cittadino; in più, attorniato dai giornalisti, occupa tutti i mezzi di informazione, che replicano in differita il suo messaggio al popolo. E’ da un anno che la va così, ormai ha preso il ciuccio e i giornali, che le notizie devono darle, lo seguono. Può bastare? No, che non può bastare. Non lo vogliamo fare, un pezzullo di anniversario della prima annata dell’Era Covid, dedicato per intero al Concionante in diretta? Certo che sì. Ci ha pensato L’Arena lunedì 8 marzo, confezionando una indispensabile paginata di colore sul dizionario del primo Conferenziere Stampa del Veneto, quel figo del Presidente. Un bel ripassino di cose già sapute e risapute, che ci escono dalle orecchie ma, dico, vuoi mettere il piacere di metterle in fila e rimirarle come si fa con l’album di figurine? A come autonomia (immancabile, naturalmente senza far cenno al fatto che è stata anzitutto la Lega di Salvini, sottolineato di Salvini, a non faticare troppo per mandarla in porto, nel Conte 1), B come Boadin (il personaggio inventato da Crozza, la cui imitazione ha lasciato freddo Zaia, il cui senso dell’umorismo, da non confondere con la banale simpatia, è tendente al freezer), C come Crisanti (il microbiologo che, si racconta qui, “ha rotto” con il Beniamino dei veneti, come fosse una telenovela fra i due), G come giornalisti (descritti quali “filtro” fra l’Incriticabile e i veneti, e addirittura “stoici” nell’intervistarlo ogni giorno), P come posti letto (sui quali si sta schisci limitandosi a ricordare che i mille previsti in Veneto sono “teorici”), T come tamponi, in particolare quelli rapidi (che, spiacente per l’autore dell’articolo, non sono stati TUTTI equiparati ai molecolari, ma soltanto quelli di terza generazione), e infine, un colpo per le coronarie, la chicca: una critichina timida timida quando, alla voce V di virus, si ricorda che all’inizio della pandemia Zaia sottovalutò il contagio (“l’emergenza è finita”, dichiarò a fine febbraio 2020). Confessiamo di aver avuto un mancamento, a leggere cotanta spavalderia. Fortunatamente si recupera nella chiusa: “anche lui, come tutti noi, spera che le conferenze stampa quotidiane e lo ‘zaiese’ siano presto solo un ricordo”. Noi non ci giureremmo, che non veda l’ora di non scandire più l’ora di pranzo dei veneti ogni santo giorno che il Signore manda su questa terra, ma effettivamente sottoscriviamo: sogniamo anche noi l’alba di un’era post-Covid in cui nessuno senta più il bisogno di vezzeggiare l’Ubiquo non solo diramandone il Verbo, ma financo diffondendone l’eco. D’altronde è pur sempre un bel governatore, un santo, un apostolo.

Bertolissi l’elegiaco

Grazie al cielo Mario Draghi ha parlato, con un video per la Festa delle Donne. Gli siamo riconoscenti e grati perchè altrimenti chissà quali altri magnificat si sarebbero levati in venerazione del suo augusto silenzio, quello che tanto manda in visibilio gli addetti al culto dell’Oracolo di Palazzo Chigi. A sorpresa, uno di costoro risponde al nome di Mario Bertolissi, costituzionalista principe dell’autonomia veneta, molto caro a Zaia. Lo si conosceva come uomo di diritto abituato a soppesare le parole, e invece cosa ti andiamo a scoprire? Che è pure un fine estensore di ecloghe, una penna rubata all’elegia, forse, chissà, un futuro portento della letteratura votiva. In un intervento sul Mattino di Padova del 5 marzo, Bertolissi si profonde in un’ode al mutismo dell’Eccelso, non lesinando pennellate di autentico trasporto. Leggiamo in raccoglimento: “Se si considerano le esternazioni quotidiane di politici copia-incolla e ci si avventura nella ricerca di qualcosa di articolato e connesso, vale per costoro quel che notava Manzoni a proposito dei discorsi dei commensali di don Rodrigo: ‘Chi, passando per una fiera, s’è trovato a goder l’armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l’altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s’immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi'”. Dopo la citazione manzoniana, ecco un secondo rimando eccellente: “Le parole debbono avere un significato. Spesso, però, non lo hanno, perché si limitano ad essere sonorità avulse dal reale. È la realtà, generatrice di problemi, che suggerisce le interrelazioni e insegna a porre in rapporto tra loro, appunto, le parole, che si fanno proposizioni semplici e, poi, via via, sempre più complesse. A poco a poco, dal disordine nasce un pensiero: piccolo piccolo; quindi, sempre più articolato. Sempre meno oscuro e sempre più lineare. Avendo in mente l’insegnamento di un altro grande – di Galileo Galilei -, secondo il quale ‘I nomi e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose, e non l’essenza a i nomi; perché prima furon le cose, e poi i nomi'”. Poi, ecco di nuovo il Manzoni, quello delle “pagine memorabili dedicate alla peste del 1630”, fomentatore di dubbi più che di certezze, ed è il dubbio ad alimentare “il senso di responsabilità di chi deve decidere”. Draghi dubita, insomma, prima di decidere. Pensa, prima di parlare. Un fenomeno. “Può darsi”, aggiunge Bertolissi calando un terzo asso, “che si prenda ad esempio Tacito, di cui Concetto Marchesi ha tracciato questo profilo: ‘Egli è raccolto in una sua taciturnità pensosa e minacciosa. Egli è un occhio che vede, un labbro che tace, forse un volto che dissimula’”. Draghi addirittura come Tacito, che taceva fin dal nome. Tutto questo ispirato citazionismo per fugare un dubbio che proprio non va bene: il dubbio che un capo del governo in silenzio stampa non sia il massimo di trasparenza democratica. Tsk, pericolo inconsistente, agitato da chi – conclude il virgiliano Bertolissi – dovrebbe ricordare il motto “un bel tacer non fu mai scritto”. Speriamo se lo ricordi anche lui, la prossima volta.

Autostrada per l’inferno

La fede, checchè ne dica qualche laicone e pure qualche cattolicone in odore di luteranesimo, non è un fatto esclusivamente privato (altrimenti, chi la possiede in base a quale principio dovrebbe portare la Parola al prossimo?). Come don Spritz – ve lo ricordate? – ci ha insegnato, il vero cristiano dovrebbe convertire appena può, ovunque, anche al bar. Figurarsi se questa impresa non deve sobbarcarsela un sacerdote. Perciò noi si ha profondo rispetto per don Bruno Bevilacqua, parroco di San Marco a Camposampiero in provincia di Padova, che non ha esitato a scagliare l’anatema contro Sanremo prendendo di mira in particolare la canzone dei vincitori Maneskin. In tempi di predicazione da remoto, ha affidato la sua condanna, come riporta il Mattino di Padova del 9 marzo, alla propria pagina Facebook, dopo essere stato assaltato da telefonate di parrocchiani inviperiti: la preghiera di riparazione che offrirà al buon Dio, ha scritto, “sarà una richiesta di perdono per ciò che abbiamo sentito e visto, ma anche di conversione” per quella canzonaccia in cui si ascolta il verso “In casa mia non c’è Dio”. Lui risponde, invece, che “in casa nostra c’è Dio e auguro una buona conversione e senso di rispetto ed ospitalità a tutti”, aggiungendo: “Invito le autorità civili e religiose ad intervenire pubblicamente. Disapprovare questo spettacolo è il minimo ma purtroppo la Rai, con i suoi responsabili, non è intervenuta. In questi tempi di sofferenza, invece di canti e messaggi positivi riduciamo Sanremo ad una propaganda di immoralità e satanismo, di perversione, anticristianesimo e antiumanesimo”. L’ha presa bene, insomma. Chi non crede, è il punto fermo di don Bruno, “deve comunque rispettare la religione altrui”. Mentre Francesco ha rischiato la vita in Iraq, “noi qui deridiamo, banalizziamo o neghiamo la nostra religione e i suoi simboli. L’unica risposta è la preghiera”. Tralasciando il dettaglio che non si capisce se la risposta debba essere solo la preghiera o anche l’intervento di prelati e affini nonchè di non meglio specificate “autorità civili” (il sindaco della città ligure? il presidente della Regione rivierasca, quello che parla come l’orso Yoghi? il santo subito Mario Draghi?), Iddio ci fulmini se osiamo dirlo: la vera fede è questa qua, una forza morale che non si adegua al mondo ma gli va contro, diciamo pure a sbatterci contro, con sprezzo del pericolo. Di cristianucci che si fanno andar bene tutto, con quel profilo da uomini di mondo di inavvertibili differenze rispetto a miscredenti e traviati vari, non sappiamo che farcene. Per chi scrive, a essere precisi, il peccato mortale è considerare “rivoluzione rock” un gruppo da prima liceo della chitarra distorta, però è fonte di allegrezza sapere che esiste e resiste, non a caso in Veneto, una sacca di fedeli non disposti al compromesso con la peccaminosità mondana. Dare spazio a questa ridotta di irriducibili, che possono apparire bizzarri e anacronistici, è importante. Sono ecclesiastici e fedeli di questo tipo che ridanno un residuo senso alla “musica del diavolo”, dopo che il diavolo è stato sdoganato e non c’è un credente vero, credente in Qualcosa che non sia lo spread o lo smartphone, a pagarlo a peso d’oro. Grazie di esistere, don Bruno. Stasera ascolteremo a palla “Highway to hell” degli Acdc in tuo onore, bevendo Sangue di Giuda e smadonnando per la pseudo-rivelazione di quegli inutili, come si chiamano?, Maneskin.