Autonomia differenziata, vent’anni nulla di fatto

Di Enzo de Biasi

Luca Zaia e Lega da vent’anni un nulla di fatto per l’Autonomia Differenziata chiesta dal 2007, affossata dal Governo Berlusconi-quater nel 2008-2011 e di nuovo fatta fallire dal Conte I nel 2018-2019 da Luca Zaia e la Lega.


Il 18 dicembre del 2007 è una data storica che i veneti ricorderanno, da tramandare alle prossime generazioni. La Regione del Veneto avrebbe potuto avere più poteri, ma il Centro-Destra che qui governa dal 1995, non ha voluto. La responsabilità maggiore è di Zaia e Lega e dal 2017 delle forze di opposizione, corresponsabili nella penosa vicenda del referendum farlocco.

Nei giorni delle festività natalizie, è facile che la famiglia -più o meno allargata- si trovi ricongiunta. In queste occasioni di convivialità, il figlio Giorgio chiede al papà Giuseppe: “Sono nato nel 2007 e il prossimo anno compirò 18 anni, per la prima volta voterò, quale partito mi consigli per le regionali?” Il papà leghista della prim’ora, infuriato risponde: “Vota chi vuoi, ma non la Lega che ci prende in giro da almeno un quarto di secolo”.

Dialogo immaginato, ma plausibile. Perché tanta ira paterna?

Un dato. Luca Zaia è in regione dal 2005, quand’era Vice-Presidente di Giancarlo Galan e nel 2025 festeggerà vent’anni di permanenza a Palazzo Balbi, dal 2010-2025 quindici anni da Presidente. In questo tre lustri, il Governatore promesso di tutto e di più, tuttavia, l’obiettivo principe e principale è stato, maggiori competenze e risorse per il Veneto L’ultima ideona made in Zaia-Calderoli, oggi del tutto fatiscente, è stata l “Autonomia Differenziata”.

In assenza di risultati concreti, Giuseppe, prototipo del leghista deluso, si è già fatto sentire. Alle europee di quest’anno rispetto a quelle del 2019, la Lega ha perso 1.234.610 votanti e due anni prima alle politiche nazionali, oltre mezzo milione di voti. Il consenso del 2022 stava a quota 366.266 voti e quello di giugno scorso, è a 271.242. Unica eccezione, le regionali 2020, quando l’abbinata Zaia-Lega ha raccolto 1.263.919 adesioni. Celiando il Presidente si potrebbe dire “ ragionateci sopra”.

Il sollecito a “ragionarci sopra” è già stato colto da Ignazio La Russa (FdI) che, intervistato per le prossime regionali 2025 (2026?), ha detto “Stimo Zaia, ma è plausibile che il prossimo candidato sia di Fratelli d’Italia”. Il pronostico è stato anticipato qui in un articolo pubblicato a luglio 2023, “Zaia non è George Washington …eccetera…eccetera ”, epperò nell’articolo – a dir il vero- le opzioni possibili per FdI erano due: o la Lombardia o il Veneto. Notoriamente la prima vale più della seconda regione; tant’è che le prime indicazioni danno un leghista di “pensiero salviniano” a Venezia e uno di FdI a Milano. In fono all’articolo, cognome e nome del pre-destinato.
Per chi la pensa diversamente, c’è poco da rallegrarsi.

  • Primo. Il fronte dell’opposizione e segnatamente PD e 5 Stelle, in cinque tornate succedutesi: 2018, 2019, 2020,2022, 2024 non hanno incrementato i consensi, anzi! Comparati i voti ottenuti con quelli dell’analogo e precedente turno, entrami i partiti perdono elettorato in carne ed ossa. In una sola circostanza, alle politiche di due anni or sono, il PD in Veneto recupera quasi centomila voti, contemporaneamente i 5 Stelle ne perdono cinquantamila.
  • Secondo. Le preferenze in uscita dalla Lega vanno agli alleati della coalizione, Fratelli d’Italia e, in misura minore, a Forza Italia. Una volta collocatesi con la casacca, nera o azzurra, li probabilmente resteranno anche nella prossima consultazione, ben lieto se ci saranno smentite.

Eppure, nel campo riformista per antonomasia, non mancano (non mancavano) menti fervide di politici professionali, professionisti, lesti ad assumere cariche governative. Per di più, abbondano (abbondavano) eccellenti amministratori con curricula di pregio, esperienze lodevoli e soddisfacenti per le comunità locali amministrate. Tuttavia, il fact checking (la verifica dei fatti) attesta: 1995, Csx più del 33% dei suffragi, 2020, Csx 16%, meno della metà, tre decadi di decrescita infelice. Cosa non ha funzionato ? Il progetto-programma, i candidati alla Presidenza Regionale e/o quelli singoli a livello provinciale, gli elettori non ci hanno capito? Di certo non stava scolpito nelle tavole di Mosè che il Veneto nel 1995 era pre-destinato al Cdx. Al lettore interessato un arguto articolo di Marco Zanetti “Il Veneto che poteva essere ma non si è voluto” *.

Tornando alla Lega, il sogno padano incarnato nel e dal verbo “paroni a casa nostra, meno tasse a Roma ladrona”, è oramai smarrito, evaporato, massacrato, tramontato, non c’è proprio più, oramai è irrecuperabile. L’inganno è stato svelato, il re è nudo, la Storia ha voltato pagina.

” Autonomia Differenziata”, cosa è stato “portato a casa ?” I fatti attestano; nulla di nulla, ni cadeau, ni bijou, rien de rien!

Fatti, atti e comportamenti di Luca Zaia, comprimari e comparse sono stati pubblicati in due articoli intitolati “La vera storia dell’Autonomia “ luglio-agosto anno corrente. Qui, ulteriori spunti sulla partita iniziata nel 2007, oramai consumata e priva di qualsiasi contenuto apprezzabile, comunque in corso**.

Primo tempo.

Tutto è iniziato nel 2001 da una norma costituzionale che offriva la chance alle “regioni ordinarie”, quelle di serie B rispetto a quelle “speciali” di serie A), di chiedere più poteri per rafforzare la loro funzione di governo nei rispettivi territori. La possibilità non è stata colta per ben sei anni. Solamente nel 2007, una settimana prima del “Santo Natale” di diciassette anni or sono, il Consiglio Regionale del Veneto riunitosi in un bel palazzo sul Canal Grande a Venezia (Palazzo Ferro Fini) vota all’unanimità, la domanda a Babbo Natale, pardon allo stato italiano, di avere 14 scatole di vitamine super, 14 materie aggiuntive a quelle già affidate. La motivazione di fondo condivisa da tutti è la volontà di poter far correre il Veneto ancora più veloce: nell’economia, nel sociale, nella sanità, nella scuola, nelle infrastrutture. La domanda di avere più poteri è “a gratis”, differentemente da quanto succederà nel 2017, parte per Roma indirizzata al Presidente del Consiglio pro-tempore, il Professore Romano Prodi che, stava governando bene, ma appunto per questo viene sfiduciato e spedito a casa a febbraio dell’anno dopo. In Italia capita spesso, dal 1946 ad oggi 68 governi.

Il successore votato, amato dal popolo e incoronato dal Parlamento, è un impresario milanese, Silvio Berlusconi, una persona straordinaria e affabile, proveniente dalla trincea del lavoro e degli affari. Nella squadra di Governo, trovano posto quattro leader padani di valore, ai quali vengono conferiti ministeri strategici per dare l’ Autonomia Differenziata al richiedente Veneto. La magnifica quaterna è formata da : Umberto Bossi- Riforme per il Federalismo, socio fondatore del Movimento, Roberto Calderoli-Semplificazione Normativa, Roberto Maroni-Affari Interni, Luca Zaia-Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

L’ultimo esecutivo berlusconiano dura in carica 3 anni, 6 mesi e 8 giorni, da maggio 2008 fino a novembre 2011. Dopodiché , prima che l’Italia affondi nei debiti, un complotto internazionale orchestrato dai consueti poteri forti e occulti, fa sloggiare da Palazzo Chigi il cavaliere senza macchia e senza paura. L’allora Presidente della Repubblica propone e il Parlamento approva, un uomo in Loden, Mario Monti. Il neo Presidente del Consiglio dei ministri è persona studiata, rettore dell’Università Bocconi di Milano e commissario alla concorrenza per l’Unione Europea, parola quest’ultima alla pari delle tasse, invise a tanta parte delle PMI (piccole e medie Imprese), dei lavoratori autonomi e dei professionisti, pronti a premiare -quando si vota- chi gliele fa scansare o condonare.

Giunti a questo punto della narrazione, il lettore si chiederà, ma cosa ha fatto il top di gamma Leghista al top del potere per l’”Autonomia Differenziata” del Veneto?

Nulla di nulla, ni cadeau, ni bijou, rien de rien ! La giacente domanda timbrata 2007 è ancora a Roma, li è giaciuta e li giace.

Nella società delle telecomunicazioni on line, dove le notizie arrivano e si dibattono in tempo reale, ça va sans dire, nessuno tra partiti, sindacati, imprenditori, forze sociali ha chiesto lumi, posto interrogativi, aperto dibattiti per i susseguenti dieci anni !

Non è vero che il Consiglio Regionale ha chiesto 14 materie nel 2007 e non è vero che quattro ministri leghisti doc erano al governo nel triennio 2008/2011 “i fatti non sono sussistiti !”. E i giornalisti “cane da guardia del potere ?”. Si, certo sono i principi insegnati a scuola di giornalismo, oggi prevale la razza canina dei barboncini, miti, sereni e che non disturbano.

Secondo tempo.

Luca Zaia, con la nota e consumata scaltrezza, lascia la compagnia leghista poco prima del naufragio governativo e si candida alle regionali del 2010 diventando -per volontà del popolo sovrano- Presidente della Regione.

Sul finire della sua prima legislatura 2010-2015, giugno 2014, il Consiglio vota la richiesta di indire sei referendum per far diventare forte, anzi fortissimo, il Veneto. Il governo Renzi ricorre contro le leggi regionali e la Corte Costituzionale silura cinque quesiti su sei:

1) NO, al Veneto Repubblica indipendente e Sovrana
2) NO, al Veneto regione a statuto speciale
3) NO, ad una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai cittadini veneti all’amministrazione centrale
4) NO, al Veneto affiche trattenga almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale
5) NO, a che il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non sia soggetto a vincoli di destinazione.

Unico quesito referendario non cassato, a condizione che i veneti se lo paghino (british humour in salsa romana), è il sesto” Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?“. Stesse parole contenute nell’art. 116 comma 3 della norma del 2001, una genialata dei dotti giuristi e degli eccellenti avvocati facenti parte del collegio di difesa regionale perdente a Roma per 5 a 1. Per tabulas, altra sconfitta delle erudite teorie giuridiche nella recente sentenza di novembre che ha smantellato la legge sull’A.D. ”Calderoli”. E’ di tutta evidenza che, Luca Zaia non ha avuto mano felice nel sceglier chi doveva difendere gli interessi del Veneto a Roma.

In effetti, non si comprende perché – a differenza dello Stato che si avvale della propria avvocatura già caricata sulle spese pubbliche senza ulteriori oneri per il cittadino contribuente, egli non abbia utilizzato le risorse professionali interne: avvocatura regionale, ufficio legislativo di Giunta e quello del Consiglio Regionale. La vicenda qui in esame, è stata , seguita – per anni- da due prestatori d’opera intellettuale, insegnanti di diritto all’Università di Padova: Antonini Luca e Bertolissi Mario. Il primo ,attualmente, è componente della Corte costituzionale che ha deciso il 14 novembre sull’ Autonomia Differenziata. Costui , era stato colà nominato post referendum farlocco dal Parlamento nella quota parte di giudici spettante alle forze politiche. Il secondo, in feconda attività, dispensa la sua sapienza, scienza e profonda conoscenza del diritto costituzionale ai giornalisti dei mass media che, frequentemente, lo intervistano sull’argomento.

Domanda, perché si è andati avanti ? Bel quiz intrigante, prima risposta plausibile

Le ultime ricerche sociali riferite alla popolazione italiana. OCSE riportata dal rapporto Censis 2024: “In Italia un adulto su tre è analfabeta funzionale”. In sintesi, trattasi del cittadino maggiorenne che sa leggere, ma non comprende bene ciò che legge. Il dato antropologico era già stato confermato nel 2001 dal Prof. Tullio De Mauro, linguista e ministro della Repubblica, purtroppo non siamo migliorati. Nell’attuale regime democratico, è il popolo che- votando-

sceglie chi lo rappresenta nelle istituzioni repubblicane. Nel Consiglio Regionale del Veneto, of course, sono eletti le persone scelte dai cittadini veneti e di questi -stante le ricerche effettuate- uno su tre è probabilmente “analfabeta funzionale”. Chissà e non dubitiamo, che il singolo Consigliere regionale nel 2017 ha letto e riletto la sentenza nr.118/2015, però, può essere successo -in via del tutto residuale- che non l’abbia compresa, né tantomeno abbia considerato le ricadute per il futuro “politico-istituzionale” della Regione del Veneto. Da parte nostra, per remota convinzione, diamo quale contenuto al sostantivo “politica”, lo stesso significato precisato più di due millenni or sono da un pensatore greco. Per questa ragione, sovente, non comprendiamo il perché delle decisioni adottate dai governanti attuali.

Altra possibile spiegazione

Di frequente, i moderni reggenti della res publica dicono “ noi siamo stati votati dal popolo, spetta a noi decidere cosa e come fare, i giudici non devono mettersi di traverso”. Affermazione irreprensibile dal loro punto di vista, considerato il successo ottenuto alle elezioni, nazionali o regionali qui poco importa. Anche questa è una scuola di pensiero molto di moda, Viktor Mihály Orbán ne dà costante e concreta testimonianza. Prevalente è, quindi, la “volontà politica” stringatamente “la politica”, che si pone uber alles, al di sopra di tutte le leggi e le sentenze. Noi dissentiamo in radice, ma la realtà ci sta superando , probabilmente siamo già in minoranza.

I fatti successivi sono noti. Luca Zaia, incassato l’assenso dell’Assemblea Legislativa tira dritto, non perde tempo a trattare con il Governo Gentiloni (Csx 2016-2018) sulle 14 materie giacenti a Roma dal 2007 e indice il referendum fasullo che vede recarsi alle urne 2.300mila veneti e starsene a casa 1.700 mila, non proprio un plebiscito, adesione del 57.2% inferiore rispetto alle aspettative attese stimate attorno al 70-80% dell’elettorato passivo. Nel 2018-2019, nel Governo Conte I con Vice M. Salvini, il dicastero degli Affari Regionali è retto da Erika Stefani, avvocato, leghista da Vicenza, dall’altra parte del tavolo, Luca Zaia, Presidente del Veneto, leghista, da Treviso. In tema di “Autonomia Differenziata”, cosa succede ?
Nulla di nulla, ni cadeau, ni bijou, rien de rien !

2001-2017 fine della fiction da archiviare sotto la voce “Autonomia Differenziata”, un vuoto a perdere. Attori principali, Luca Zaia, Lega, Forza Italia, AN-FdI. Interpreti di second’ordine, Partito Democratico, 5 Stelle e altri figuranti minori. Nelle scene girate all’esterno degli studi, Palazzi del Potere di Roma e di Venezia, gli attori di sfondo sono stati i cittadini veneti: applaudenti, condividenti e benedicenti.

Il futuro che verrà. Sceneggiato sul ritorno al passati “il regionalismo anni Settanta del secolo scorso” una fiction ancora inedita.

A luglio scorso in G.U. appare la legge “Calderoli”, già qui definita un bidone “tossico-nocivo”, opinione confermata dopo la lettura della sentenza nr. 192 che demolisce -principalmente- l’impianto esecutivo. I patrocinatori, Calderoli e Zaia perseverano nel sostenere che la

cornice, i principi ordinamentali, sono salvi e quindi, si va avanti…contro il muro. Una metafora può aiutare a capire meglio.

Un cittadino va da gallerista per comperare un quadro e chiede “Vorrei un dipinto con paesaggio bucolico”. Il venditore risponde, “Guardi, al momento, ne sono sfornito. Intanto, se vuole, si porti a casa la cornice e nel frattempo cercherò ciò che ha chiesto” L’acquirente contento, paga la cornice e si predispone all’attesa. Né lui né il gallerista però, sanno -con certezza- quanto tempo occorrerà. Decodifichiamo. L’acquirente è la Regione del Veneto in attesa da 23 anni dell’ arcinota A.D., il gallerista è la Corte costituzionale che ha lacerato il dipinto chiesto e che rimane vigilante pronta a re-intervenire se, Governo e Parlamento , in un’opera di taglia, cuci, rammenda, rattoppa e concorda a maggioranza larga, non produrranno nuove regole del tutto incensurabili da chi, del caso e avendone titolo , potrà ritenersi leso ricorrendo al giudice delle leggi.

Sarti, sartine, costumisti , stilisti e “nani politici”, stanno già esaminando il vestito squarciato, spaccato e rotto. “Time is money” il tempo è denaro, dicono i britannici. Tradotto nella parlata nostrana “ tempo xè schei” oppure in altro modo “I schei xè come i osei…coi passa bisogna ciàparli…” Saggi proverbi, i leghisti -però e finora- hanno sprecato tempo e denaro, anche se stampa ed emittenze regionali e nazionali hanno un loro pupillo beneamato, Luca Zaia, un professionista delle e nelle pubbliche relazioni.

Della sentenza novembrina ,riportiamo ciò che qui interessa, “ l’attribuzione alle diverse regioni di funzioni pubbliche che implicano prestazioni a favore dei cittadini, con cui si garantiscono i loro diritti civili e sociali, può avere conseguenze diverse sul piano dell’equità” Proseguendo nella lettura del testo, si avverte un duplice avviso. Alle Regioni che chiedono la differenziazione, non è possibile devolvere intere “materie o ambiti di materie ”, perché la devoluzione può riguardare solo “specifiche funzioni” che devono essere debitamente motivate. In ogni caso, affermano i giudici, anche nelle materie No-Lep le cui funzioni possono incidere su diritti civili e sociali , occorre stabilire preventivamente i costi standard. In proposito si ricordano, tra queste, Commercio con l’Estero e Protezione Civile . E più avanti, vi sono materie particolarmente delicate alle quali afferiscono funzioni «il cui trasferimento è, in linea di massima, difficilmente giustificabile secondo il principio di sussidiarietà», tipo : tutela dell’ambiente, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione, professioni, ordinamento delle comunicazioni, norme generali sull’istruzione”. In generale, possiamo annotare, che l’intero processo di attribuzione di maggiori poteri alle Regioni, diviene più democratico e non appartiene in via pressoché esclusiva al binomio, Presidenza del Consiglio dei ministri e Regione richiedente.

Una prima annotazione. Le baggianate raccontate al “popolo sovrano” da Luca Zaia e dai soci di complemento, prima, durante e dopo il “sondaggio popolare” di ottobre 2017, sono state definitivamente sbugiardate. I giudici della Consulta, oggi 2024, come ieri 2015, hanno fatto per sempre piazza pulita dell’idea madre di poter “portare a casa” 23 materie complete di tutto il corredo. Zaia ha sbagliato nel 2017 per non aver negoziato con il Governo di Centro-Sinistra un primo pacchetto di competenze allora ottenibili. E ha sbagliato, una seconda volta, come leader nazionale per aver condiviso e promosso una legge che seppure depurata dalle scorie a cura della Consulta, rimane pur sempre un “bidone vuoto” . Chi paga questi sbagli ? Semplice, nessuno tranne la regione. Infatti, è’ la Regione del Veneto che, come ente pubblico è stata depauperata, epperò ha il torto di non possedere le qualità soggettive per poter citare in causa per danno d’immagine e patrimoniale Luca Zaia, in quanto egli è il suo rappresentante legale. D’altronde, non può come soggetto pubblico, sbarazzarsene dato che nel ruolo di Presidente egli la rappresenta davanti ai Veneti votanti -a grande maggioranza- Zaia Luca. In effetti, nella realtà la Regione del Veneto non esiste, è semplicemente un’invenzione giuridica che nulla può fare se una persona fisica, Luca Zaia, lo vuole ma, egli non ha voluto.

Dunque, oramai è chiaro, da Roma non arriveranno “materie intere e complete”, ma solamente “frammenti di attività”, siamo ri-piombati nella logica dello “spezzatino”, tipica modalità statale di decentramento legislativo-amministrativo in auge negli anni Settanta del secolo scorso. In questo Bel Paese, la Lega ha avuto un merito indiscutibile, retrocedere il “regionalismo ordinario” a dov’era cinquantaquattro anni fa, chapeau!

Una prova l’ha già avuta lo stesso Zaia. Ad ottobre scorso, il Presidente ha pensato, a mo’ d’esempio, di porter promuovere il prosecco in Australia, continente che rientra nella classifica top ten dei mercati più importanti per l’export veneto e chiedere di poter firmare-eventualmente- ordinanze per lo stato d’emergenza in deroga per il Veneto, in caso di calamità naturali. Ebbene, entrambi i Ministri competenti, Tajani-Commercio con l’Estero e Musumeci-Protezione Civile, hanno cincischiato nascondendosi dietro un “ vedremo, approfondiremo, aspettiamo la sentenza”. Ora che la decisione è nota, il filo conduttore è inequivocabile, c’è una “Repubblica una e indivisibile”, ma ancor di più “indivisibile” è lo Stato Centrale. Sarà, infatti, l’apparato romano, i singoli Ministeri, regione per regione, funzione per funzione, a decidere: se, perché, quando, quanto, come e cosa devolvere alle questuanti Regioni “ordinarie”.

La questione va compresa fino in fondo

Il Commercio con l’Estero vanta 21 funzioni e la Protezione Civile, ne ha 41, la somma fa 62 che ammontano a 147 incluse nelle prime 9 materie no -Lep, senza risorse e personale. Le restanti 14 materie Lep, per le quali previamente e correttamente vanno fissati e garantiti i costi-standard, le funzioni sono 180, totale complessivo 327 “funzioni specifiche” da valutarsi di volta in volta a cura, in realtà e in definitiva, dai Ministri pro-tempore. Ad oggi, anno di grazia 2024, 23 anni dopo la riforma del 2001 siamo all’anno zero per la devoluzione differenziata alle regioni di serie B), a contrario, le quattro ad “Autonomia Speciale”, state sistemate nel 1948, il Friuli-Venezia Giulia nel 1963,categoria superior. Per trasferire “funzioni”, micro-attività residuali, marginali, accessorie, per dirla alla Totò “quisquilie e pinzillacchere”, quanti lustri saranno necessari ? I numeri pensati dal lettore vanno giocati in ambo secco al lotto “nazionale” sulle ruote di Roma e Venezia.

Al cast di specialisti fiduciosi e già all’opera, per rendere fattibile e percorribile -in punta di “diritto”- il riordino delle procedure, dei contenuti e dei soggetti coinvolti dalla legge nr.86/2024 strizzata dalla Consulta un sincero augurio di buon lavoro. Per il lettore, questa è un’ulteriore chance di ambo secco da giocarsi sulle stesse ruote di prima, i numeri del lotto suggeriti sono quelli dell’anno presumibile in cui egli ritiene apparirà in Gazzetta Ufficiale la nuova legge.

In una democrazia liberale e rappresentativa, il cittadino è (dovrebbe) essere colui che controlla l’operato di chi ha contribuito ad eleggere. Più alta è la carica, Presidente di Regione invece che semplice consigliere, più incisiva è (dovrebbe essere) la verifica sull’azione svolta dal titolare dell’incarico fiduciario conferito dall’elettore. Questa breve digressione, per dire che nel caso “Veneto-Autonomia Differenziata” già da marzo 2016 -poi a mano a mano aggiornato-, esiste un pregevole dossier con un elenco di tutte le funzioni richieste dalla Regione al Governo di Csx, per ciascuna delle 23 materie. Al di là dell’inconcludente attività finora attuata, tale documentazione è utile per valutare -nei prossimi lustri-, quali e quante sotto-ripartizioni di ciascuna materia lì chiesta, saranno (o non saranno) effettivamente attribuite al Veneto. Ciò vale (varrebbe)-oltre che per il cittadino-elettore-, anche per i soggetti portatori di interessi diffusi: sindacati d’impresa, quelli dei lavoratori, università, comuni , province, associazioni, liberi professionisti e in particolare i giornalisti, chiamati a dare un’informazione puntuale ai cittadini e non ad “adulterare la realtà” come ha affermato il Presidente della Repubblica nel discorso annuale rivolto ai mezzi di comunicazione di massa.

Sommessamente, riteniamo che il modello regionalista “ordinario”, da ultimo sbertucciato dalla sentenza 192 grazie allo “spessore” della legge “Calderoli”, sia semplicemente da archiviare come strumentazione superata, inservibile e fuori tempo massimo rispetto a 76 anni di cantieri sempre aperti e mai ultimati . La ragione di fondo va ricercata nella volontà -costantemente celata – di non procedere ad un serio decentramento da parte delle dirigenze dei partiti nazionali, prima e seconda fase della Repubblica Italiana, del tutto refrattari ( se non ostili) a perdere il proprio potere di comando sulla e in periferia, Lega inclusa come è stato verificato in quest’ultimo quarto di secolo. Testimoniano la ferma volontà di conservare l’impalcatura statalista e centralista, quattro bicamerali e due riforme costituzionali fallite, sei naufragi agli atti, ai quali si aggiunge la norma del 2001 che, dopo oltre due decadi, non ha prodotto risultati tangibili.

Una delle concause del prevedibile fallimento del modello regionalista codificato nel 1948 per larga parte del territorio italiano, sta nella mancata definizione di una base imponibile di tasse, imposte e tributi erariali ordinari ed esclusivi in capo all’ente regione, questione irrisolta fin dal 1970. La critica venne sollevata, al tempo, da Beniamino Andreatta, di cui quest’anno ricorre il venticinquennale della sua prematura scomparsa, Ministro del Tesoro, consigliere economico di Aldo Moro e Maestro di Romano Prodi. L’allegoria utilizzata dal Professore, per spiegare il deficit di responsabilità dei futuri amministratori regionali, autorizzati a spendere ma senza preoccupazioni per le risorse da reperire alla voce entrata del bilancio regionale, fu quella della “paghetta che il figlio chiede al papà per le sue crescenti esigenze”. Il papà è lo Stato, il figlio sono le 16 regioni, la paghetta sono i trasferimenti pubblici verso le regioni per le loro necessità di funzionamento e di sviluppo . Ogni singola regione avrebbe ritenuto -ammoniva B. Andreatta- sempre insufficienti i soldi conferiti, anche perché non competeva ai decisori della spesa tassare il cittadino/elettore/contribuente per finanziare e mantenere l’apparato regionale e i programmi di attività da realizzare. La profezia si è spesso avverata, il problema non venne affrontato allora, né s’intende affrontarlo ora, pur in presenza di 3mila miliardi di debito il cui costo per interessi, la spesa del debito annuo gravante sul bilancio statale è pari a circa 90 miliardi, macigno che penalizza pesantemente qualsiasi esecutivo governante pro-tempore.

Il rilievo dell’economista , fu -in qualche modo- colto dal P.C.I., Partito Comunista Italiano, unica formazione a presentare un disegno di legge (bocciato dal Csx del tempo) con una proposta più avanzata rispetto alle addizionali delle aliquote tributarie poi previste nella legge, oggi IRPEF, IRAP. Nel 1970, il Movimento Sociale Italiano votò contro il decentramento delle funzioni statali previste per le regioni. Giova ricordare che, la filiera MSI, MSI-DN, AN, FdI, conserva ed ha -ancora- come icona la fiammella tricolore, probabilmente, un ricordo di una comunanza di radici storico-culturali. Alla festa nazionale di FdI , 08-15 dicembre scorso ad Atreyu, era esibito uno stendardo assertivo con la scritta “ Stiamo tornando”. Vero, ma da quale periodo della storia patria, quella repubblicana, quella repubblichina o quella fascista ?

Un patto per una Repubblica Confederale

L’interrogativo -presumibilmente- rimarrà senza risposta da parte della destra post-missina, oggi al potere. D’altronde, dopo 76 anni di esclusione dai Governi della Repubblica anti-fascista, rimanendo in campo nostalgici fascisti stimabili attorno al 2/3 % dell’elettorato, è difficile che il beneficiario potenziale, Fratelli d’Italia, vi rinunci a cuor leggero. Tratteggiata la situazione, va anche detto che negli ultimi trent’anni la polarizzazione sui due versanti si è consolidata: dx 36-38 % Lega di Salvini contabilizzata, sx, 28-31%, AVS inclusa, e da qui occorre muovere con sano realismo.

Il concetto basico, già sviluppato ad agosto scorso, va ribadito. Il baratto tra premierato e autonomia differenziata mostra tutti i suoi limiti e contraddizioni e va rifiutato poiché non migliora (migliorerà) il funzionamento del sistema democratico. Invece, va cercato un dignitoso compromesso sistemico ed organico sfidando FdI e Lega sul loro stesso terreno: decisionismo presidenziale e federalismo vero non fallace, tipo A.D.

La sinistra discuta di Presidenzialismo e la destra accolga di prevedere accanto ad un vertice determinante, adeguati contrappesi, a partire da una forte periferia formata da cinque stati federati. Se si vuole è fattibile, seguendo la stessa strada del 1946, un’Assemblea costituente a termine. Se non si vuole, vabbè ciabattate fino al prossimo splash down, le prime scosse telluriche ci sono già. Democrazia vuol dire comprendere, allargare, riconoscersi tutti in una comune piattaforma ideale e di regole condivise, annoto che l’MSI costituitosi nel 1946 non ebbe grande influenza nel redigere la Carta costituzionale entrata in vigore nel 1948. È tempo ed ora che i pronipoti di detta formazione politica, partecipino, redigano, fissino limiti e perimetro del campo da gioco democratico-liberale.

Il tema doveva (avrebbe dovuto) essere stato posto alla fine della prima Repubblica, ma sia i nuovi soggetti beneficiati dalla distruzione della pregressa partitocrazia, Forza Italia e Lega, sia quelli sotterrati dal crollo del muro di Berlino, i comunisti, pensarono bene di andare avanti senza nulla innovare nell’impianto costituzionale vigente e del tutto superato, tranne la prima parte dedicata ai principi fondativi.

La Lega e F.I., sotto la guida di Silvio Berlusconi registra abile e padronale, si aggregarono coinvolgendo la destra lealista dell’MSI poi AN, il Centro Destra. Il campo alternativo, il Csx raggruppò, i post-comunisti assieme a cattolici-democratici e a i laici minori, tre culture politiche minoritarie in Italia. A trent’anni di distanza, le due coalizioni si sono avvicendate al potere con alterne fortune, ma è mancata la Politica con la P maiuscola. Qualche schizzo di politica settoriale, incremento fortissimo del debito pubblico, calo della partecipazione popolare, svuotamento del regime liberal-rappresentativo che sta scivolando-di fatto- verso un sistema oligarchico di pochi capipartito che decidono per tutti e che -spesso- sono poco più di un comitato elettorale di stagione, Italia dei Valori, Scelta Civica, Sinistra Unita, eccetera.

Ristrutturare il sistema non è un’idea nuova, girava già a fine ‘800, messa in circolazione da Carlo Cattaneo, un esponente della buona borghesia lombarda e senatore del regno sabaudo. Egli, a differenza di Cavour e Mazzini il primo tenace monarchico e il secondo ostinato repubblicano, entrambi per un’Italia “una e indivisibile”, aveva girato in carrozza in lungo e in largo la penisola ed esaminata la realtà de visu propose , l’Italia Confederale per andare verso gli Stati Uniti d’Europa, ohibò.

La caduta dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) ha comportato: la fine dell’area d’influenza nell’Europa Occidentale oggi quelle Nazioni sono nell’ Unione Europea, la conclusione dell’esperienza comunista come modello di società, l’epilogo del duopolio USA-URSS sul mondo. Quest’ultimo accadimento è stato, forse, il più importante a livello di geo-politica planetaria. Chi si attendeva la fine di ogni guerra, l’ inizio di una pax duratura e la fine degli scontri etnici, spesso causati da crisi politico-economiche, ha errato le previsioni. Oggi abbiamo 56 guerre certificate, un aumento della povertà (Italia inclusa) ed è sotto gli occhi di tutti il declino della democrazia liberale, specie in USA e in Europa.

Chi sta avanzando sono le destre, qui come in tanti altri Paesi europei. Il fenomeno è accaduto, anche nel primo trentennio del secolo scorso, quando le masse popolari impoverite invece che riconoscersi nelle nascenti democrazie del tempo, preferirono l’uomo forte: Hitler, Mussolini, Lenin-Stalin, Franco. E’ vero, nulla si ripete tale e quale, ma ciò che ci sta accadendo non va sottovalutato.

Ad esempio, Trump, neo eletto Presidente USA che entrerà in carica il 20 gennaio prossimo, è attivo più che mai. Gli USA hanno già pagato la nostra sicurezza per gli ultimi 70 anni, adesso chiedono (chiederanno) di aumentare il budget per l’acquisto di armi a carico delle nazioni Europee, finora garantite dalla NATO. Trump non vuole il 5%, come dicono i media italiani, ma sta negoziando con Ursula von der Leyen per arrivare a 2.5/3% a condizione che la UE-nel suo insieme- incrementi l’approvvigionamento di risorse energetiche dagli USA allo scopo di riequilibrare la bilancia americana di import-export. Di conseguenza, il PIL statunitense sarà avvantaggiato ed una delle promesse elettorali di Trump sarà stata onorata. Ancora, il socio in affari, politica e media di Trump , Elon Musk sta cercando di promozionare (vendere/affittare) in Europa il suo progetto “Starlink” che consta di circa 12mila mini satelliti allo scopo di offrire agli utenti Internet ad alta velocità , in concorrenza con il progetto Iris 2 made in UE per le stesse finalità.

Ebbene, l’Italia -a parte i convenevoli tra E. Musk e il Presidente del Consiglio- che strada intende scegliere ? Quella sovranista, delle piccole Patrie, antistorica nell’attuale scenario internazionale con l’ascesa di altri due Paesi a livello mondiale, Cina ed India oppure puntiamo decisamente a rafforzare il peso politico dell’Europa occidentale, trasferendo competenze oggi statali all’Unione Europea ? Affari Esteri, Difesa, Ambiente, Sanità, Fisco, Infrastrutture a valenza continentale, da devolvere subito.

Anche in questo caso, a Parigi nel 1951 Alcide De Gasperi, aveva già posto il tema, organizzare un esercito di sicurezza europeo a difesa dei confini e cominciare a discutere, se l’Europa dovesse essere Confederazione oppure Federazione.

Si sa gli Italiani, rectius il popolo sovrano e i loro rappresentanti , prima di agire, riflettono, ponderano soppesano, meditano e alla fine che fanno? Rinviano. Per la Repubblica Confederale sono trascorsi 163 anni, per come stare e cosa fare nell’Unione Europea, 73 anni, non stiamo decidendo alcunché, siamo in “pausa di riflessione”.
Nulla di nulla, ni cadeau, ni bijou, rien de rien !

Sintesi sintetica, di una possibile Repubblica Confederale

La proposta qui avanzata per un rinnovato patto costituzionale è del tutto indifferente alle decisioni che la Corte costituzionale potrà assumere il prossimo mese di gennaio. Sia che il referendum abrogativo sia possibile, sia che non lo sia, sia che raggiunga il quorum sia che non lo raggiunga. Il problema posto e la soluzione elaborata, risponde alla domanda, fallita la c.d. Autonomia Differenziata occorre un cambio di passo, o come dicono gli acculturati, un salto di paradigma oppure –e più banalmente– colmare un vuoto politico-istituzionale esistente da decenni. Tutto qui.

  • a) Presidente eletto direttamente dal popolo, cinque stati federati, superamento delle regioni a statuto speciale, abrogazione del Senato, omogeneità dei sistemi elettorali ai differenti livelli, trasferimento competenze alla UE, possibilità dei cittadini associati di proporre direttamente candidature dal Presidente della Confederazione al deputato nel collegio federale o confederale, durata di mandato per un massimo di 15 anni, incompatibilità assoluta dell’incarico politico con qualsiasi altro arte, mestiere o professione o impresa (blind trust),
  • b) Imposte, tasse e tributi riscossi dallo Stato Federato, trattenuti in loco per il 60% e per il 40 % devoluti alla Confederazione, partecipazione al costo annuo del debito pubblico quantificato con la legge confederale in progressione rispetto al gettito fiscalmente riscosso da ciascun stato federato

Nota finale d’interesse regionale.

Luca Zaia, avviato verso l’uscita dopo vent’anni di permanenza al potere in Regione del Veneto, si chiederà come è andata. Ebbene, per quanto ci riguarda, il bilancio non è entusiasmante. Peggioramento delle prestazioni in campo sanitario, leggasi liste d’attesa, smodato consumo del suolo, il Veneto primeggia nella classifica in materia, contrazione di debiti per fare opere stradali non essenziali e il cui mutuo graverà sul bilancio dell’ente per i prossimi 35 anni per ripianare le perdite d’esercizio, leggasi Pedemontana. Ma e soprattutto , fallimento in toto della mission principale “paroni a casa nostra e meno tasse da versare a Roma ladrona” . Eppure, Luca Zaia è stato migliore del suo predecessore, Giancarlo Galan persona a piede libero, scampato alle patrie galere dopo aver patteggiato con la magistratura penale. Zaia Luca, un Presidente modesto ma onesto, virtù che di per sé dovrebbe appartenere a tutti i cittadini, indipendentemente dalle cariche pubbliche ricoperte.

Soddisfacendo la curiosità del lettore e come anticipato all’inizio di questo articolo, è assai probabile che il prossimo candidato alla Presidenza del Veneto, con buone possibilità di riuscita, sia l’attuale Segretario Regionale della Liga e Vice-Segretario Federale Nazionale della Lega per Salvini, Alberto Stefani, già Sindaco di Borgoricco, Padova e Deputato.

Stante il successo ottenuto alle europee in Lombardia (oltre che in Veneto), il partito del Presidente del Consiglio pare orientato a scegliere la Lombardia per candidare un suo esponente quale futuro Presidente della regione. Del resto, la scelta è ben motivata dato il peso politico-economico che quest’area ha in Italia. Il Veneto è “lasciato” alla Lega per Salvini e di ciò si dovranno preoccupare -soprattutto- gli attuali occupanti un posto in Consiglio Regionale inseriti nella Lista Zaia.


Fonti citate

Luca Zaia non è George Washington, il primo presidente degli Usa che rinunciò al 3° mandato *
Belluno Press 28/07/2024, Enzo de Biasi

Fantastoria. Il Veneto che poteva essere ma non si è voluto
Belluno ?ress 21/02/2024 MarcoZanetti

Da Repubblica Italiana a Confederazione Repubblicana
Belluno Press 23/08/24 Enzo de Biasi

Fallimento dell’Autonomia Differenziata e inutilità del Premierato
Il Giornale del Veneto, ottobre 2024

Radio3 mondo servizio dedicato ai negoziati incorso Trump/UE per budget armi NATO

Una idea in più è un esercizio di libertà.